Il testo che segue è un estratto; la versione integrale sarà pubblicata nel numero speciale di Razpotja Manifest.
Giorgia Maurovich: È sempre particolare, almeno per me, discutere di migrazioni, confini e spazi con persone che hanno vissuto questa differenza in un contesto di effettivo spostamento fisico tra paesi. Hai descritto la tua esperienza ieri sera con Martin Lissiach, ma penso che potremmo iniziare questa chiacchierata con il concetto di terzo spazio, come l’hai vissuto tu e come l’hai sviluppato nella tua letteratura.
IS: Il terzo spazio è la sopravvivenza, perché il terzo spazio sei tu, non è qualcosa che hai scelto.
Nel mio caso ho vissuto con questa Somalia sempre più mitologica finché non sono andata a viverci per un anno e mezzo, ci ho fatto due grandi viaggi, il secondo molto più lungo. In Somalia ho fatto addirittura la prima media, però ho quest’identità molto romana, molto cittadina, di quartiere. È chiaro che alla fine tu non sei né l’una né l’altra cosa, perché comunque vivi il rifiuto degli altri, non tanto della tua famiglia, ma proprio dei somali e degli italiani. Molti somali mi hanno detto “no, tu non sei somala”, ma adesso che con la diaspora e con la guerra molti somali hanno figli nati all’estero come me nascono anche parole nuove, perché chiaramente c’è una comunicazione linguistica tra generazioni molto difficile. Ad esempio, io so il somalo, ma molti figli della diaspora non parlano la lingua d’origine, quindi li chiamano say-wallahi, wallahi è la formula del giuramento islamico, e say-wallahi vuol dire che l’unica parola che sanno di tutta la Somalia è wallahi e il resto zero.
Con la guerra c’è stata una grande frattura generazionale, mi rendo conto che essendo nata nel ’74 e cresciuta negli anni Ottanta e Novanta riesco anche a fare da ponte sulle questioni somale. Quindi i terzi spazi da vivere sono vari, c’è il terzo spazio nel paese d’origine, nella comunità diasporica, e poi c’è questo terzo spazio tra Italia e Somalia, tra Europa e Africa, poi c’è ancora il terzo spazio in letteratura. Sto scoprendo adesso di appartenere a quella generazione di mezzo di scrittori che ahimè prima venivano definiti migranti ed erano semplicemente transnazionali, diasporici, però appunto, insieme a Gabriella Kuruvilla, Gabriella Ghermandi, Cristina Ali Farah e altri vengo dopo la generazione degli anni Novanta che ha lanciato il fenomeno. Il primo libro scritto da una persona non bianca in Italia è stato Nero di Puglia di Antonio Campobasso, poi arriviamo noi a inizio Duemila, mentre oggi c’è una nuova generazione di scrittrici, Espérance Hakuzwimana, Djarah Kan… Si può occupare un terzo spazio anche rispetto alle generazioni: non appartieni alla generazione degli anni Novanta né a quella di adesso, ed è questo in modo in cui si vivono gli spazi intermedi, gli spazi di incroci.
GM: Come ti rapporti ai concetti di letteratura mondiale e di canone? C’è una differenza nel modo in cui in Africa si concepisce la funzione della letteratura? C’è una volontà di conformarsi ai canoni del romanzo europeo per formare una coscienza, un carattere nazionale, un’unità storica, o c’è più volontà di smarcarsene e di sperimentare?
IS: A me non piacciono i canoni. Non penso che un canone sia una cosa buona, penso che canonizzare qualcosa o qualcuno sia molto pericoloso. Quello che invece noto è che negli ultimi tempi, soprattutto sull’Africa, c’è stata – uso questa parola impropria – una riscoperta delle letterature africane e una New African Literature. Noi avevamo i grandi scrittori nigeriani, kenioti, Ngugi wa Thiong’o, Chinua Achebe, e oggi una nuova generazione composta da nomi come Maaza Mengiste o Chimamanda Ngozi Adichie che sono però transnazionali.
La cosa che mi ha colpita molto della New African Literature è che non ha un caposaldo sempre in Africa: sono letterature che vivono tra i continenti, magari tra America e Nigeria, o America ed Etiopia. Quando con Chiara Piaggio ho lavorato sull’antologia letteraria Africana, abbiamo visto che negli scrittori che si sono formati tra gli anni Cinquanta, Sessanta e Settanta c’è un afflato molto politico. Anche per le donne c’era la voglia di raccontare il paese, le indipendenze, i guasti delle indipendenze, perché molti paesi africani sono diventati indipendenti negli anni Sessanta. Questa indipendenza non è andata benissimo perché c’era comunque una conduzione che veniva dal colonialismo, che veniva perpetuata però non più dai colonizzatori ma dalle élite africane, che in un certo senso sono diventati i nuovi colonizzatori. […] Poi è chiaro, io dico Africa, ma io non sono l’Africa, io sono afrodiscendente, che è proprio un altro pianeta. Per le persone come me, che non avevamo modelli a cui guardare e con cui confrontarci, l’unico modello era l’Afroamerica, erano Malcolm X, Martin Luther King, la letteratura afroamericana, non solo Toni Morrison, ma anche Chesnutt e tantissimi altri autori. Avevamo questo sguardo obliquo, e per molto tempo molti di noi si credevano (e alcuni si credono ancora) afroamericani, ma a un certo punto abbiamo capito che non lo eravamo per niente, eravamo europei, e abbiamo iniziato ad interrogarci su questo anche con la scrittura. Secondo me molta della scrittura di tantissime afrodiscendenti in giro per l’Europa nasce da questo sguardo obliquo che a un certo punto si è dovuto riposizionare sul proprio corpo e sulla propria geografia.
Ognuno deve in qualche modo cercare il proprio modello, tutti noi abbiamo letto storie della tratta atlantica, per un periodo me ne sono occupata, ma poi mi sono resa conto che la Somalia e la mia storia avevano proprio altri legami geografici. La mia identità è mediterranea e indica, ci sono questo oceano e questo mare, essere legati all’India e ai Paesi arabi, a livello linguistico abbiamo anche delle reminiscenze dell’antico Egitto, lo dicevo ieri sera, ma poi ho quest’identità mediterranea per via di Roma, che è stata comunque un simbolo del Mediterraneo. E io ho capito che molta della nostra identità è fatta dalle montagne, dalle colline, dai fiumi e dal mare, sono cose che fanno parte della nostra identità, non ci sono solo le pietre della città. Una scrittrice mi ha detto “gli oceani sono autostrade”, ci sono stati scambi, ci sono state tratte di schiavi, purtroppo, c’è stato di tutto e di più, quindi non pensiamo mai di avere quest’identità data dalla natura che ci sta intorno.
GM: In queste zone e nell’Europa Centrale si parla molto meno dei marcatori geografici, si discute molto più di memoria pubblica e disparità economiche tra confini. Ne parlava anche Andriy Lyubka ieri sera, di come le interazioni tra una parte e l’altra del confine avvengano sempre per motivazioni economiche, solidarietà o contrabbando. Ma volevo farti una domanda sul ruolo delle seconde generazioni come da un lato un ponte tra identità culturali, dall’altro come possibilità di ristabilire una reciprocità tra i punti di vista dei due paesi – poi certo, partenza e arrivo sono due punti di coesistenza, ma la letteratura apre un rispecchiamento che spesso nel discorso politico non c’è.
IS: Devo dirti la verità, dovrebbero trovare un altro nome per la gente come me, perché quando si dice “seconde generazioni” […] mi sembra un termine escludente, c’è sempre un muro tra te e l’identità del paese, una non accettazione, da parte del paese, di gente come te. È un termine che mi inquieta perché oggi ci sono tantissimi giovani, figlie e figli di migranti, che hanno un’esperienza dell’Italia completamente diversa dalla mia. […] I giovani hanno vissuto la Lega Nord, hanno vissuto il razzismo, quello biologico, becero, mentre io mi ricordo che a scuola, quando ero piccola, ci hanno portati a vedere Pertini. Il livello è diverso.
E il problema è anche questo, con il ruolo delle cosiddette seconde generazioni. A volte penso che ci hanno caricati di molta responsabilità, di essere un ponte, di essere uno sguardo. Io penso che siamo tutti un po’ diversi, abbiamo tutti delle traiettorie diverse, ma quello che davvero vogliamo è essere rappresentati, in questo paese, perché la cosa che manca non soltanto in Italia, ma in Europa, in generale, è la rappresentazione. In alcuni paesi va meglio, come in Gran Bretagna, però il tuo corpo è considerato ancora un corpo estraneo, e soprattutto un corpo che può essere abbattuto dalla violenza. Quindi è strano, questo ruolo, perché non sei ancora completamente accettato nel posto in cui sei.
GM: Un punto che sarebbe interessante mettere a confronto è il racconto dell’esperienza del fascismo italiano e del colonialismo. Anche queste zone sono state toccate da questi eventi, e il modo di analizzarli in letteratura e la risposta che c’è stata (o per meglio dire non c’è stata) da parte dell’Italia anche nella memoria pubblica è un argomento che varrebbe la pena trattare. Qual è stata la tua esperienza con il lavoro sul rimosso coloniale?
IS: Secondo me l’abbiamo un po’ smosso, ma c’è ancora tantissimo da dire. Gli scheletri nell’armadio sugli anni di colonialismo sono tantissimi, e c’è questo errore di pensiero nel credere che il colonialismo sia stato solo Benito Mussolini. Il colonialismo ha quasi accompagnato l’Unità d’Italia, perché si pensava alle colonie e alla baia di Assab già subito dopo il 1861. Si è comprata la baia di Assab, si è fatta l’Eritrea, si sono fatte due battaglie, Adua e Dogali, tutte e due perse, quindi secondo me l’Ottocento andrebbe studiato moltissimo. È quello di cui mi sto occupando io in questo momento, perché tutte le brutture coloniali nascono là. La Conferenza di Berlino, dove si sono divisi l’Africa, è del 1884.
[…] Poi c’è stato il fascismo, e lo sappiamo quello che ha fatto. Il problema è proseguito dopo, perché la nostra memoria è veramente fatta coi buchi. A Roma siamo pieni di fasci littori, è pieno di monumenti che ricordano ed esaltano quel momento storico e ne sono stati eretti di nuovi: uno è quello a Indro Montanelli a Milano, che è quello più conosciuto, ma l’altro, ancora peggiore, è il mausoleo costruito per la memoria di Rodolfo Graziani ad Affile, una piccola città vicino Roma. Graziani è stato, lo dicevo ieri, il macellaio di Libia, ha gassato gli etiopi, ha aiutato la deportazione degli ebrei del ghetto di Roma, ne ha fatte di ogni e oggi c’è un mausoleo a lui dedicato. E lo trovo quasi peggio di quello dedicato a Montanelli, perché anche se Montanelli è legato allo sfruttamento del corpo delle donne e all’unità maschile in un quadro di guerra, il mausoleo di Graziani è proprio legato a una storia di ferocia, e questa cosa non potrebbe mai succedere in un altro paese.
La memoria pubblica è da ricostruire, è da ricostruire quello che abbiamo nei musei, è da ricostruire quello che non sappiamo. Ho scritto un libro, Roma negata, che raccoglieva tutti i monumenti legati al colonialismo. […] Si sentiva il bisogno di guardarsi intorno, perché i segni coloniali, i segni fascisti sono ancora tra noi, e l’unica cosa che si può fare è decostruirli, che per me significa conoscerli. La decostruzione arriva anche non distruggendo, per esempio io ho due approcci: i monumenti moderni possiamo pure toglierli di mezzo, ma ci sono dei monumenti antichi, come i mosaici del Foro italico, fascistissimi, che però ormai sono anche storia dell’arte. Nel 1960 Gianni Rodari ha scritto un articolo, Poscritto per il foro, in cui siccome era l’anno delle Olimpiadi a Roma si preoccupava giustamente delle persone che venivano dall’estero e vedevano i mosaici o l’obelisco con la scritta Dux. Rodari diceva che siccome sono monumenti che non possiamo più buttare giù perché è passato del tempo e sono ormai storicizzati, non resta altro che aggiungere: risignificare, risignificare quello che si trova nei musei, nei monumenti pubblici. Molto spesso mettono i QR code vicino ai monumenti, ma non serve a niente. Bisogna fare un lavoro di divulgazione, di far conoscere quel monumento alla cittadinanza, portarci le scuole, farci tutto un lavoro intorno, sennò la gente non è conscia di quello che è stato fatto.
GM: Il modo di vedere la memoria in Somalia è diverso?
IS: No, in Somalia è anche peggio. Ci sono stati trent’anni di guerra civile, lo sanno che è avvenuto il colonialismo ma la gente non si rende conto che molte delle ferite che uno si porta vengono dal colonialismo non solo italiano, ma anche russo e americano. Ci sono stati questi tre colonialismi che non si riescono a scindere, perché gli anni di guerra sono stati molto duri, e quando parli dell’Italia ti senti dire “ah, i nostri amici, fratelli”, quindi in effetti è complicata, mentre altri sono contro gli italiani e basta.
Secondo me la verità sta nel mezzo, perché il colonialismo è stata una cosa orribile, ma ha anche lasciato delle cose nei popoli, in entrambi i popoli. È interessante secondo me anche indagare una cosa che definisco “intimità coloniale” o postcoloniale, per dirti, il simbolo della Somalia l’ha disegnato un italiano che ha sempre vissuto lì finché non l’hanno cacciato con la guerra. Quell’uomo ora ha lasciato i suoi possedimenti al Museo delle civiltà. La sua vita in Somalia andrebbe indagata, perché anche quella è una memoria postcoloniale. Ci sono tante cose che non sappiamo della vita quotidiana, delle interazioni, ma la Somalia ha altre memorie da ricostruire in questo momento.
GM: Nella tua letteratura hai formulato il concetto di dismatria, uno scollamento simbolico con la madre-patria che evidenzia da un lato la perdita di un legame originario, e dall’altro l’apertura a nuove forme di identità e appartenenza, ed è un concetto dai toni marcatamente femminili. Ti andrebbe di parlarcene?
IS: Il femminile mi interessa sempre. Io sono una donna, una donna nera, quindi c’è proprio un punto di vista molto fuori dal centro, anche se in qualche modo sono una donna afroeuropea e non solo africana, perciò il mio punto di vista è decentrato. Con la dismatria volevo in qualche modo raccontare banalmente la nostra vita, quello che vedo e vedevo, di quando accade qualcosa di molto violento che ti ha staccato dal paese di origine e fatto vivere una vita parallela, una vita alternativa.
Se penso a mia madre, che è molto somala, lei non avrebbe mai migrato, non sarebbe mai andata da nessuna parte, è stata la storia a spingerla via, a portarla dove sta adesso. E devo dire che più sta in Italia e più diventa somala, in qualche modo si attacca a tutto quello che era e che si ricorda. Lei è stata pastore nomade e mi racconta sempre di quel periodo, la sua memoria è fissata lì: siccome non ha potuto vivere il suo paese, ha dovuto reinventarsi. Qui è stato molto difficile, perché non è che ti fai tante amicizie, poi a un certo punto ha detto “credo di aver sbagliato paese”, perché negli anni Settanta, erano gli anni di piombo, […] lei se ne stava esiliata in un paese in cui stavano di fatto ammazzando un primo ministro, e credeva di essere finita dalla padella alla brace.
Perciò sì, i vissuti migranti sono legati sì alla tua storia, ma anche alla storia del paese che ti scegli, quindi hai i dilemmi di entrambi i paesi. L’immigrazione è sempre e comunque una perdita, uno strappo, ecco perché l’ho voluto raccontare. È una scelta di sacrificio, anche banalmente uno studente italiano che va a vivere in Germania fa dei sacrifici perché comunque ti lasci dietro qualcosa di te, e io volevo semplicemente raccontare questo, perché vedevo che non era raccontato. Toni Morrison diceva “Se c’è un libro che vorresti leggere, ma non è ancora stato scritto, allora devi scriverlo tu”.
GM: A proposito, in questi giorni mi hai detto che devo assolutamente scrivere di Gorizia, ma il modo in cui l’hai formulata è stato molto particolare. Ne hai parlato in relazione al luogo, non tanto alla persona o allo sguardo, e questa scelta è stata interessante, perché al contrario nella tua opera vedo molto di più lo sguardo, il filo dei tuoi racconti si dipana proprio da una visione marcatamente personale.
IS: Penso sempre che luoghi ti aiutino ad alimentare lo sguardo, perché vedi delle cose o addirittura le inventi. Per esempio, quando io parlo di Somalia, non solo in Cassandra a Mogadiscio, faccio uno sforzo di immaginazione. Avevo undici anni quando ho visto la Somalia, poi sono tornata, otto-nove anni fa sono stata nel Nord della Somalia, che però non è la mia Somalia, era proprio un altro paese. Parlavano somalo, ma non era la stessa cosa. Quindi faccio proprio questo sforzo di immaginazione, di pensare un paese che mi domina la testa.
Se dovessi scrivere sempre di Somalia, cosa che tendenzialmente farei, perché ha una storia pazzesca e non conosciuta, dovrei comunque tirare il freno a mano, perché è quasi un non luogo. Mi ricordo quello che è stato, ho fatto molta ricerca storica, ma sono luoghi che tu cerchi comunque di afferrare, perciò è stato lo sguardo delle persone ad aver creato i miei luoghi e i miei racconti. Mia madre, le mie cugine, mio padre, quand’era in vita, i miei fratelli… Mio fratello ha una memoria quasi da cartografo, si ricorda tutto, ogni volta che devo scrivere qualcosa chiedo a lui. Vorrei registrare tutta la sua esperienza, forse non è tanto un racconto della Somalia degli anni Settanta che dovrei scrivere, quanto la sua vita.
Dall’altra parte c’è questa Italia che a volte faccio anche fatica a raccontare, perché è molto stratificata. Io racconto Roma, di fatto, perché per me è più facile, ma l’Italia è tante cose tutte insieme, quindi qual è lo sguardo italiano? È il mio? È quello delle mie amiche? Quello di Muccino e della borghesia di Prati? O quello dell’operaio dell’Ilva? Ci sono tantissime cose che, non so se capita anche a te, a volte ti sfuggono, perché è un paese fatto di tante cose. La Somalia nonostante i clan è più omogenea nei gesti, nelle cose, l’Italia è veramente più meticcia, più creola.
Giorgia Maurovich è una scrittrice, traduttrice e ricercatrice attiva nel campo culturale, artistico e letterario tra l’Italia e la Slovenia. Ha una formazione in Lingue Straniere, con specializzazione in tedesco e polacco, attualmente si occupa di Letteratura Comparata e sta lavorando alla sua prima raccolta di saggi letterari. Quando non pensa alla letteratura, i suoi interessi sono le città, l’esilio, la marginalità, il multilinguismo, il decadimento e la memoria.
Foto: Luka Mavri