Reportage: Una comunità unita dalla poesia
Reportage sul secondo giorno della decima edizione del Festival del Libro di Nova Gorica, scritto da Giorgia Maurovich, scrittrice, traduttrice e ricercatrice, membro del nostro gruppo mediatico-critico.
Se la prima giornata di Manifest, la decima edizione di Mesto Knjige, ha voluto suggerire una progressiva definizione del concetto di spazio e un invito alle possibilità creative che si celano nei luoghi fisici, l’evento di apertura di Kafe Matineja del 3 settembre, una tavola rotonda su memoria e letteratura che ha visto confrontarsi Anja Mugerli, Dušan Šarotar e Nikodem Szczygłowski, moderata da Muanis Sinanović, ha aperto una nuova dimensione a un tema già ricco di spunti. Alla descrizione e al racconto degli spazi fisici, siano essi quelli degli appartamenti di famiglia e dell’interiorità della prosa di Mugerli o dei pellegrinaggi melanconici dei narratori di Šarotar, si assomma nel dibattito la difficoltà di descrivere i paesaggi della memoria, i luoghi definiti dal transito e dalla sedimentazione di eventi storici. La memoria è però, innanzitutto, una questione linguistica: in apertura, Šarotar rimarca l’importanza della lingua nel racconto di un Paese e della sua storia, giacché, afferma lo scrittore, l’elemento di cui la letteratura si occupa non è quello concreto e materiale di cui si occupa il paesaggio, bensì lo spazio interiore.
È questo stesso spazio interiore, ripiegato nelle stanze domestiche delle generazioni che l’hanno preceduta, a pervadere l’atmosfera della prosa di Mugerli, dove la musica e i racconti dei nonni che scandivano i ricordi d’infanzia si alternano in un contrappunto formale al silenzio delle cose taciute e alle conseguenze private degli eventi storici, presentando una visione complementare ai lieux de mémoire riportati dagli altri ospiti. Al dibattito ha preso parte anche il poeta romeno Alexandru Potcoavă, che con una breve incursione nelle memorie familiari ha ribadito l’importanza della letteratura nel dare voce a chi è scomparso prima di lasciare una traccia nel mondo. Diversa è invece la situazione dello spazio letterario e storico di un Paese come la Polonia, racconta Szczygłowski: in un contesto dove il viaggio e lo spostamento fisico non erano permessi, l’evasione dalla realtà si dava nella letteratura, in particolar modo quella fantascientifica (o futurologica, a voler usare il termine prediletto da Stanisław Lem). Un polo sicuramente opposto a quello rappresentato dalla scuola del reportage, sottolinea l’ospite, che all’esplorazione di un’alterità immaginata sostituisce l’incontro con l’altro nelle sfaccettature umane delle storie vere, indagate sul campo in prima persona.
Sulla ricerca documentaria di ciò che resta e ciò che scompare si innesta anche il lavoro di ricerca visuale del fotografo Jernej Skrt, protagonista del mese di settembre della rassegna Episkop, la serie di eventi artistici e culturali in collaborazione con ZRC Sazu che punta i riflettori sulla Goriška. Selezionato per il mese corrente dai curatori Dan Podjed e Lilijana Šprah e presentato al pubblico in una conversazione con la storica dell’arte Klavdija Figelj, lo scatto di Skrt Kopanje v svetlobi, dal ciclo Hoja po robu e attualmente in esposizione presso la Knjigarna kavarna Maks in Delpinova Ulica, offre una prospettiva malinconica e inedita sulle coste mediterranee in stato di abbandono, interrogando lo spettatore sul rapporto tra visibile e invisibile in luoghi spogliati della loro identità abituale.
Diversamente dai temi sinora trattati, la serata di dibattiti culturali si è aperta con una nota meno conciliante, la crudezza della ricerca storiografica sui luoghi del trauma e le fratture che tuttora permeano il confine tra Slovenia e Italia. Con la presentazione di Užaljeno maščevanje, studio sull’internamento di prigionieri sloveni nei campi fascisti italiani, il confronto tra Federico Tenca Montini e Oto Luthar, co-autore del libro insieme a Urška Strle e Marta Verginella, ha gettato le basi per una riflessione più ampia sulla negoziazione dello spazio, la contestazione della memoria storica e l’opposizione al colonialismo militare e culturale riprese dagli ospiti degli eventi successivi, il poeta ucraino Andriy Lyubka e la scrittrice italiana Igiaba Scego. Entrambi a loro modo figure liminali, Lyubka per la formazione e la ricerca in territori di confine come la Transcarpazia, su cui si stagliano le azioni degli eroi-contrabbandieri del suo romanzo Karbid, Scego per la commistione mitopoietica e linguistica di una storia familiare che diventa un’epica nazionale, nelle conversazioni con Nikodem Szczygłowski e Martin Lissiach gli autori hanno discusso, benché da prospettive geografiche e letterarie molto lontane per circostanze sociopolitiche e riferimenti, le complessità delle identità di confine, ma soprattutto l’impatto del trauma della guerra sulla cultura e le strategie di opposizione al colonialismo.
Balcanista di formazione e attivamente coinvolto nella resistenza ucraina, Lyubka ha avviato la discussione con la ricezione in territorio ucraino della prosa di autori come Jergović, Šehić o Ugrešić, a cui i lettori ritornano ciclicamente per interrogarsi sullo stato della guerra e sulle modalità per raccontarla. A questa breve introduzione teorica, che ha fatto da tramite tra l’esperienza ucraina e il vissuto personale di una parte dell’uditorio, è subentrato poi un resoconto pratico delle tattiche di resistenza culturale messe in atto dalla popolazione, che grazie a eventi clandestini e una rinnovata attenzione per la lingua ucraina hanno contribuito a un vero e proprio rinascimento culturale, dove l’arte viene vista non solo come mezzo di affermazione attiva della specificità ucraina, ma anche come terapia psicologica in un Paese dalle infrastrutture culturali sempre più soggette ad attacchi militari. Se quello di Lyubka è stato un approccio pratico, un manuale tattico puntellato da esempi concreti, il dialogo con Scego si è invece focalizzato sull’elemento letterario, sulla difficoltà di rendere la complessità linguistica e umana di un trauma coloniale che per molti Paesi del Sud globale ha una consistenza spettrale, ancora troppo impalpabile per essere rinegoziata nel concreto.
La seconda serata di Manifest Mehanikom, performance itinerante di lettura poetica in tre atti, ha visto come protagonisti Alenka Jovanovski, Andriy Lyubka, Alexandru Potcoavă, Dušan Šarotar e Christopher Whyte. Rilocata per questa seconda giornata all’angolo con Delpinova ulica, in un’atmosfera più raccolta e circondata dal verde e accompagnata per questo reading dal sound design di Aleš Hieng, l’evento ha concluso il secondo giorno di festival con una terza, sottesa definizione di spazio: se l’interrogativo che ha animato gli eventi di mercoledì 3 sembrava risolversi in visioni forse non del tutto inconciliabili, ma dal carattere marcatamente personale e diverso per ogni scrittore, la vicinanza fisica, l’atmosfera raccolta e la condivisione di una comunità unita dalla poesia, hanno offerto ai presenti l’esperienza di un nuovo spazio, per quanto precario e temporaneo, manifesto agli occhi di tutti.
Giorgia Maurovich è una scrittrice, traduttrice e ricercatrice attiva nel campo culturale, artistico e letterario tra l’Italia e la Slovenia. Ha una formazione in Lingue Straniere, con specializzazione in tedesco e polacco, attualmente si occupa di Letteratura Comparata e sta lavorando alla sua prima raccolta di saggi letterari. Quando non pensa alla letteratura, i suoi interessi sono le città, l’esilio, la marginalità, il multilinguismo, il decadimento e la memoria.
Foto: Jernej Humar